| Diabete e attività fisica. |
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| Scritto da Cassanelli Lino |
| Venerdì 23 Aprile 2010 21:08 |
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Come abbiamo detto, nel soggetto sano, già dopo pochi minuti dall'inizio di un'attività fisica il livello di insulina circolante si riduce mentre viene attivata una neoproduzione di glucosio grazie alla glicogenolisi. Ciò consente la protezione dall'ipoglicemia e al tempo stesso un flusso costante di glucosio in grado di sostituire quello consumato tanto che la glicemia si mantiene costante anche dopo ore di ininterrotta attività.
Nel diabetico di tipo 1 il livello di insulina circolante dipende solo dalla quantità e qualità iniettata e dal tempo intercorso dall'ultima somministrazione: sarà pertanto "abilità" del paziente saper adattare la dose, riducendola, in modo da mimare quanto avviene fisiologicamente. Anche se l'adattamento è corretto, il livello di insulinemia è quasi sempre maggiore che nel soggetto sano, con inibizione della glicogenolisi ed, in conseguenza del mancato apporto di glucosio, maggior rischio di ipoglicemia. Ciò spiega la necessità di un apporto supplementare di glucosio calibrato ed "intelligente". Viceversa, se il paziente è cronicamente scompemsato e quindi criticamente sottoinsulinizzato, al momento della pratica fisica vi sarà, da un lato l'impossibilità di metabolizzare il glucosio a livello muscolare con conseguente utilizzo dei grassi e produzione di corpi chetonici e, dall'altro, un'esaltazione della glicogenolisi epatica con produzione di elevate quantità di glucosio che, non potendo essere "bruciato", si accumula nel sangue provocando pericolose iperglicemie, fino alla chetoacidosi. Si evince chiaramente, quindi, che per praticare attività fisica sicura è necessario un notevole bagaglio di conoscenze filtrate attraverso la sperimentazione quotidiana ed intelligente dell'autocontrollo glicemico e dell'autogestione di insulina e apporto di carboidrati fino a sostituire con il ragionamento l'automatismo della funzione pancreatica. Seppur difficil, per le molte variabili da considerare, questo processo conduce il diabetico insulino dipendente sportivo ad un esercizio continuo di educazione terapeutica che può portare dei vantaggi sul compenso metabolico sicuramente maggiori di quelli prodotti dall'esercizio stesso. L'attività sportiva, specie se prevalentemente aerobica e svolta a livello amatoriale produce, inoltre, aumentata sensibilità insulinica e quindi riduzione del suo fabbisogno, cosa che, insieme all'aumentato dispendio energetico, riduce la tendenza all'aumento di peso tipico del diabetico IDDM ben compensato; essa inoltre aumenta la massima capacità di consumo d'ossigeno ed allena il cuore, cosa che, unitamente al miglioramento del profilo lipidico (aumento HDL e diminuzione LDL e trigliceridi) è particolarmente favorevole in soggetti esposti alle complicanze cardiovascolari. Misure precauzionali per intraprendere un'attività fisica: (sono assolutamente generalizzate, sarà il medico, in accordo con il paziente, ad evidenziare e personalizzare le misure più idonee da adottare):
Ricordiamo, ed è importante farlo, che molti atleti affetti da diabete di tipo 1 si sono allenati professionalmente ed hanno avuto una carriera agonistica più che soddisfacente, per esempio: - M. Halbert: oro alle Olimpiadi di Roma nei 1500 m; - Steve Redgreve: plurimedagliato olimpico nel canottaggio; - Gary Hall Jr.: oro e argento alle Olimpiadi di Sidney nel nuoto; - Paul Scholes: calciatore del Manchester United; - Stephen Manley: atleta di triathlon (spec. ironman); - Mohammed Alì: (credo non ci sia bisogno di presentazioni); ... e molti altri (fonte www.aniad.org).
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